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Dipendenza da fumo ed emergenza covid-19: uno stimolo a superarla o un dannoso fattore di stress?

A ridosso della Giornata Mondiale contro il tabacco facciamo il punto con la Dottoressa Gianna Maria Agnelli sull’impatto che la pandemia ancora in corso sta avendo sui fumatori e sull’attività del Centro Antifumo del Policlinico di Milano, del quale è referente.

La Giornata Mondiale contro la Dipendenza da Fumo, che si celebra il 31 maggio, cade quest’anno nel pieno di un’emergenza mondiale che ci sta mettendo drammaticamente di fronte all’evidenza di quanto la salute sia in assoluto il bene più prezioso da tutelare, per quanto in condizioni normali questo possa apparire scontato: eppure la dipendenza da fumo tocca oggi oltre un miliardo di persone nel mondo e 11 milioni di persone in Italia.

L’Osservatorio ThatMorning, come di consueto, ha monitorato sul web nelle ultime settimane alcune macro tematiche legate all’ambito sanitario, anche con l’obiettivo di cogliere eventuali particolarità connesse alla pandemia in corso. Il tema “fumo”, in particolare, ha ottenuto un picco di visibilità dopo la pubblicazione, il 21 aprile, di uno studio francese (poi smentito) che aveva ipotizzato che la nicotina potesse impedire l’infezione da Covid-19. Confermano questo picco anche i dati provenienti da Google Trends: proprio nei giorni successivi al 21 aprile gli utenti si sono dedicati a ricerche sull’argomento “fumo” con la più alta frequenza registrata negli ultimi 12 mesi. Non solo. Le ricerche correlate, il cui numero si è impennato nella settimana del 19-26 aprile, sono state proprio quelle basate sulle parole chiave “fumo coronavirus” e “il fumo protegge dal coronavirus”.

Questi dati riportano l’attenzione su alcuni interrogativi che abbiamo voluto approfondire con la Dottoressa Gianna Maria Agnelli, psicoterapeuta e referente del Centro Antifumo presso il Policlinico di Milano: insieme alla specialista abbiamo anche fatto il punto sull’attività del Centro e sull’approccio di cura ai pazienti che vi si rivolgono per dire addio alle sigarette.

Dottoressa Agnelli, come stanno reagendo i vostri pazienti di fronte all’emergenza Covid-19? Il rischio di ammalarsi tende a disincentivare i fumatori dalla loro dipendenza?
In realtà stiamo riscontrando reazioni opposte: l’attuale situazione, in effetti, ha portato alcuni fumatori a sentirsi più vulnerabili ed esposti al rischio di ammalarsi, e dunque a rivolgersi al Centro (anche durante la quarantena siamo rimasti attivi telefonicamente). Su altri pazienti, già in cura, la pandemia e il lockdown hanno avuto ripercussioni negative. L’isolamento e l’immobilità hanno determinato o accentuato, in alcuni, stati ansiosi o depressivi che hanno reso più difficile stare lontano dalle sigarette; per non parlare dei lutti traumatici che hanno colpito alcune persone e che, purtroppo, sono potenti “trigger”, nei casi peggiori in grado di riattivare anche una dipendenza superata.

Come è stata recepita la diffusione dello studio francese apparso verso la fine di aprile?
In effetti in quel periodo abbiamo ricevuto diverse telefonate da parte di persone che desideravano informazioni circa la veridicità dello studio. In realtà questa ricerca, che ha mostrato diversi limiti, è stata smentita dalla Organizzazione Mondiale della Sanità. È sempre fondamentale, poi, considerare il peso di tutte le patologie di carattere respiratorio e vascolare fumo-correlate, oltre al semplice fatto che il gesto di fumare presenta un elemento di rischio nel comportamento da non sottovalutare in questo momento: le mani, per quanto pulite, entrano in contatto più volte con la bocca mentre si fuma.

In base alla vostra esperienza, qual è oggi l’identikit del fumatore? È vero che la dipendenza coinvolge in misura sempre maggiore le donne?
Quella dal fumo è una dipendenza “trasversale”, che coinvolge persone di ogni età e condizione economica e sociale: i dati ISTAT ci dicono che, in effetti, nel 25% della popolazione italiana tabagista, la quota delle donne sta ormai raggiungendo quella degli uomini. Basandoci sull’esperienza del nostro Centro, però, possiamo dire che sono più spesso le donne a rivolgersi a noi, forse perché in generale sono più inclini rispetto agli uomini a chiedere aiuto.

A quale età si accende la prima sigaretta?
L’età della prima sigaretta si sta, purtroppo, drammaticamente abbassando. Si colloca infatti nella fascia compresa fra i 12 e i 15 anni: in genere è una sorta di rito di “iniziazione” scatenato dalla voglia di emulare i coetanei o di sentirsi adulti, che ingenera però rapidamente una forte dipendenza.

Quanto pesano, in questo meccanismo, la dipendenza fisica e quella psicologica?
Sono strettamente correlate: l’assunzione di nicotina agisce a livello del sistema nervoso centrale e porta i fumatori a una dipendenza fisica. Dal punto di vista psicologico la sigaretta crea una forte dipendenza comportamentale e gestuale e viene, a torto, considerata dal fumatore il modo più semplice e immediato per fronteggiare situazioni di difficoltà, ad esempio di ansia, stress e tensione, mettendo un “coperchio” sulle emozioni percepite negative invece di accoglierle e gestirle con altre modalità più efficaci e funzionali.

Come arrivano i pazienti a rivolgersi al vostro Centro?
Molti si rivolgono a noi dopo avere tentato, senza successo, di smettere di fumare con metodi “fai da te”, a volte di dubbia efficacia. Una percentuale non irrilevante di persone, però, che non ha mai provato a smettere, ci contatta perché avverte una percezione di dipendenza forte, e teme di non riuscire ad affrontarla con le proprie risorse.

Vi chiedono aiuto solo i forti fumatori?
Per la maggior parte sì, ci chiedono aiuto persone che, quotidianamente, fumano un pacchetto o più di sigarette al giorno; fra i nostri pazienti, però, abbiamo anche persone che fumano un numero limitato di sigarette, perché fortunatamente la percezione del problema è cambiata e sappiamo bene quanti danni possa fare anche una sola sigaretta, che contiene ben 4000 sostanze chimiche, molte delle quali tossiche e cancerogene. I fumatori “moderati”, tuttavia, sono spesso quelli che smettono con più difficoltà, perché sono convinti di avere un problema meno grave e più gestibile.

Qual è il vostro approccio di cura?
Per entrare in cura presso il nostro Centro serve una prescrizione del medico curante. Si prende un appuntamento telefonico e, in questa prima occasione, si procede a una valutazione dello stato di salute complessivo del paziente, fisico e psicologico, in modo da mettere a punto una strategia personalizzata e il più possibile efficace. Il percorso prevede una fase di riduzione delle sigarette, quindi di abolizione e di mantenimento dell’astinenza: fra riduzione e abolizione trascorrono in genere due settimane. Nei primi tre mesi i pazienti possono essere aiutati anche con terapie farmacologiche, e nel contempo vengono ricevuti per colloqui di sostegno psicologico. In questa fase viene richiesta una frequenza più assidua, ma anche superato questo periodo continuiamo a seguirli e monitorarli, con un follow-up finalizzato anche a gestire in modo tempestivo eventuali ricadute.

Quali sono i farmaci più efficaci per combattere la dipendenza?
I migliori risultati si ottengono con la vareniclina cloridrato, un farmaco che agisce sui meccanismi chimici della dipendenza simulando l’effetto della nicotina e sul “craving”, ossia il desiderio irresistibile di fumare, contrastando i sintomi di astinenza quali nervosismo, irritabilità, mancanza di concentrazione, astenia e aumento dell’appetito, che raggiungono il picco dopo circa 48 ore di astinenza. In alcuni casi, a fronte di controindicazioni all’utilizzo della vareniclina, utilizziamo il bupropione cloridrato, un antidepressivo che agisce sempre sui recettori della nicotina o la terapia nicotinica sostitutiva in gomme, compresse o cerotti.

Quali sono, invece, le leve psicologiche su cui puntate?
Non puntiamo sul “terrorismo”, ma sul rinforzo positivo dei pazienti, riportando la loro attenzione sull’importanza che ha prendersi cura di sé. È importante anche focalizzarne l’attenzione sugli effetti benefici che smettere di fumare ha nell’immediato: il miglioramento delle performance respiratorie e fisiche, il risparmio, i vantaggi estetici, il recupero del gusto e dell’olfatto.

Dopo quanto tempo dall’ultima sigaretta ci si può dire liberi dalla dipendenza?
Premesso che non bisogna mai abbassare la guardia, dopo un anno che si ha smesso di fumare le possibilità di riprendere diminuiscono, ma è dopo due che ci si può definire davvero ex fumatori.

Pensa che, una volta superata la pandemia, quanto abbiamo vissuto possa portare alcune persone a dire addio alle sigarette? Che cosa si può ancora fare per sensibilizzare la popolazione sul problema?
Per alcuni fumatori spero quanto abbiamo vissuto potrà essere un incentivo per ripensare all’importanza di prendersi cura di sé e salvaguardare la propria salute, ma questo potremo verificarlo nel lungo periodo: bisognerà, in ogni caso, continuare a portare avanti campagne di sensibilizzazione sull’argomento centrate soprattutto sulla promozione della salute e mettere in atto restrizioni - come il divieto di fumare anche nei parchi o in presenza di minori - che oltre a risultare disincentivanti per i fumatori, tutelano in primo luogo la salute dei non fumatori.




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