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Salute mentale e Covid 19: Si può parlare di trauma? Come stanno cambiando la psicoterapia, le esigenze dei pazienti e le misure di cura

In occasione della giornata internazionale dedicata alla salute mentale abbiamo parlato con la Dott.ssa Chiara Da Ros per confrontarci sull'aumento di ricerche online da parte degli italiani registrato sulla terapia psicologica a causa della pandemia, su quali possono essere le conseguenze della crisi sanitaria sulla salute mentale e soprattutto perchè è importante dare visibilità ai disturbi mentali insieme alle possibili cure.

Il 10 di ottobre si celebra la Giornata Internazionale della Salute Mentale: un tema delicato e vastissimo, che mai come adesso è importante portare al centro dell’attenzione. Ci troviamo infatti ancora nel pieno di un’emergenza sanitaria che - come evidenzia la Dottoressa Chiara Da Ros, psicologa e psicoterapeuta a Milano - sta portando alla luce le vulnerabilità di tutti, anche di coloro che non sono stati toccati direttamente da vere e proprie esperienze traumatiche legate alla pandemia in corso.

L’Osservatorio ThatMorning ha rilevato che durante i mesi del lockdown sono aumentate le ricerche su Google riguardanti la salute mentale: ricerche di certo legate anche alla crisi economica e sociale generata dall’emergenza sanitaria, tant’è vero che molte sono state indirizzate verso la query “depressione da Covid”, che ha visto una impennata ad aprile e che, dopo un calo durante l’estate, è tornata in primo piano a partire dalla fine di agosto.

Altre ricerche online aumentate durante quest’anno, e in particolare alla fine di marzo, sono quelle legate alla possibilità di interfacciarsi con uno “psicologo online”: questa tendenza si è registrata soprattutto in Lombardia, Piemonte, Lazio e Sardegna. Di pari passo sono aumentati i siti finalizzati alla prenotazione di consulenze psicologiche online, e anche cliniche e ambulatori hanno risposto alla necessità di nuove modalità d’interazione con i pazienti avvalendosi di strumenti quali Zoom o Google Meet: viene fatto di chiedersi, a questo punto, se possano risultare sempre efficaci o se vadano considerati una integrazione a un approccio diretto al paziente. Di questo e di altri temi abbiamo parlato con la Dottoressa Da Ros, con la quale ci siamo soffermati, in particolare, sull’argomento depressione, la malattia mentale forse più conosciuta e diffusa nel mondo occidentale.

Dottoressa Da Ros, l’emergenza sanitaria ancora in corso ha riportato in primo piano il tema della salute mentale. Si è iniziato a parlare di “depressione da Covid”, intesa in primo luogo come una condizione che può colpire le persone che hanno vissuto la malattia. Eppure possiamo immaginare che siano ancora più numerose le persone che hanno patito e tuttora patiscono le conseguenze della pandemia: è corretto, in questo caso, parlare di “trauma”?
In effetti la letteratura ci dice che una situazione come quella scatenata dalla pandemia da Covid-19 fa sì che, in certa misura, tutta la popolazione sia coinvolta da un trauma, anche se ovviamente a livelli diversi. Le persone più colpite, naturalmente, sono stati i malati, il personale sanitario, coloro che a causa della pandemia hanno subito lutti. Non va sottovalutato, però, l’impatto che l’emergenza può avere avuto anche da chi non ha vissuto in prima persona gravi esperienze: le limitazioni – pur necessarie – imposte dalle misure di emergenza, la diffusione mediatica di scene drammatiche, il bombardamento di notizie negative e spesso contrastanti uniti al senso di precarietà sociale ed economica innescato dalla pandemia hanno colpito tutti, provocando un senso generalizzato di impotenza e destabilizzazione.

In questo periodo, infatti, molte persone hanno iniziato a effettuare ricerche su Internet per valutare possibilità di assistenza psicologica online. Gli stessi psicoterapeuti hanno dovuto avvalersi della Rete per mantenere i contatti con i pazienti in cura: quali sono i vantaggi e quali invece le criticità di questi strumenti?
Si tratta di strumenti che si sono rivelati utili per mantenere il contatto con i pazienti.  Sicuramente, da qui in avanti, li dovremo considerare con più attenzione a integrazione dei classici incontri in presenza: che, tuttavia, non possono sostituire, se non in situazioni definite. Occorre poi prestare particolare attenzione al modo in cui gli incontri via Skype o i colloqui telefonici vengono gestiti, anche da parte del paziente: non è opportuno, per esempio, che durante il colloquio con lo psicologo approfitti di questa modalità di contatto snella per fare altro, per esempio camminare per la strada o spostarsi sui mezzi pubblici! Non solo. Ci sono state categorie di pazienti restìe al contatto telefonico o online con lo psicologo: nella mia personale esperienza, ad esempio, ho notato un calo di richieste fra gli adolescenti, più a loro agio e liberi di parlare durante il colloquio in uno spazio diverso da casa propria, dove non sentono tutelata la loro privacy.
    
Quali altri pazienti, secondo lei, sono stati particolarmente penalizzati dall’esperienza del lockdown?
Come accennavo all’inizio, l’esperienza del lockdown può aver portato in evidenza le fragilità di ognuno di noi, del nostro nucleo familiare, della coppia. Penso però che ne abbiano patito molto le conseguenze i pazienti affetti da disturbi del comportamento alimentare, le situazioni di ritiro sociale e i pazienti con disturbi di personalità, che potrebbero essere stati toccati in modo particolare dalla situazione sanitaria critica, dal rischio di contagi, dall’isolamento, dall’impossibilità di uscire di casa e da forme di convivenza forzate.

Tornando al tema del trauma, oggi si parla sempre di più del metodo EMDR - sulla quale lei ha una specifica formazione - come tecnica utile a trattare diverse patologie legate a eventi traumatici. Ci può spiegare come funziona e in quali casi risulta più efficace?
EMDR è una sigla che significa Eye Movement Desensization and Reprocessing: questa tecnica, protocollata per intervenire su diversi tipi di trauma, prevede che il terapeuta operi tramite una serie di movimenti delle dita che il paziente deve seguire con gli occhi. Questo processo stimola entrambi gli emisferi cerebrali, e porta il paziente a una rielaborazione di esperienze dolorose rimaste inelaborate in maniera appropriata, “riattraversando” l’evento traumatico. Si tratta dunque di una esperienza che richiede un lavoro di preparazione da parte del terapeuta, ma che, se condotta insieme con uno psicoterapeuta esperto e formato e in condizioni di sicurezza, può essere risolutiva. La letteratura ci dice che questo approccio è efficace soprattutto in causa di traumi importanti (pensiamo, per rifarci all’emergenza Covid, a un operatore sanitario che si sia trovato ad affrontare la morte di pazienti), che possono essere rielaborati anche in 3,4 sedute. L’efficacia, tuttavia, dipende anche dalla situazione del paziente: in genere quelli giovani sono più ricettivi, così come i pazienti che hanno già sperimentato esperienze di meditazione, o che hanno un bagaglio di esperienze e risorse che li porta a essere particolarmente resilienti. L’EMDR può poi essere contemplata anche come integrazione di approcci di cura rivolti a pazienti che non hanno subito traumi violenti, ma che sono in terapia per altri tipi di disturbo implicanti comunque traumi minori, ad esempio di attaccamento, legati alla loro infanzia.

Fra i disturbi mentali più noti e diffusi figura sicuramente la depressione. Che incidenza ha e come la si può identificare?
La depressione è fra i disturbi più diffusi in diversi Paesi (in Italia ne soffrono 3 milioni di persone N.d.R), è identificata fra le prime cause di disabilità al mondo e i dati ci dicono che, in tutte le sue declinazioni, lo sarà sempre di più. Gli stati depressivi, così come gli stati ansiosi depressivi, sono sicuramente riconducibili ai messaggi che ci arrivano e ci danno su noi stessi dovuti ai ritmi, alle condizioni e alle pressioni imposte dalla società in cui viviamo (per esempio “devi essere perfetto”, “non sei mai abbastanza”, “sei un fallito”), ma anche a eventi traumatici della nostra vita o della nostra famiglia di origine, e alla tipologia di legame di attaccamento e di relazione con gli altri che abbiamo appreso. Occorre tuttavia fare una distinzione fra la vera e propria depressione maggiore e le altre forme di diagnosi di depressione, come quella reattiva legata a un evento negativo in corso.

Come si formula una diagnosi di depressione, e quali sono i passaggi più delicati?
Esistono precisi criteri raccolti nel DSM-5 (la quinta edizione riveduta del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali edito dall'American Psychiatric Association N.d.R.) e nella Classificazione ICD dell'Organizzazione Mondiale della Sanità che vengono utilizzati per la diagnosi; a questo scopo è utile anche verificare da quanto tempo si protrae lo stato depressivo. Ciò premesso, in linea generale le persone depresse sono accomunate da uno stato di inerzia e passività; si sentono apatiche, non riescono a provare desideri o piacere in alcuna attività, perdono il senso di autoefficacia e di autostima e, a livello fisico, avvertono spesso un malessere diffuso, privo di una localizzazione precisa. Un’altra caratteristica che accomuna le persone depresse è quella di provare un senso di catastrofe imminente e di classificare ogni cosa secondo un criterio di “bianco” o “nero”: se un’impresa non è un assoluto successo, allora è un assoluto fallimento. I pazienti depressi possono inoltre sperimentare difficoltà nell’esprimere i propri sentimenti, insonnia, perdita della libido e, nei casi più gravi, intenzioni suicidarie.

Sulla depressione, così come su tante altre malattie mentali, grava ancora uno stigma sociale?
Sì, perché purtroppo è ancora difficile fare passare alcuni concetti fondamentali: su tutti, il fatto che la persona depressa non sia “priva di volontà, che vuole vedere tutto nero”. Alla base della depressione ci sono disagi e sofferenze che spesso affondano le loro radici nel vissuto dei pazienti, e nei modelli che hanno appreso durante l’infanzia: può pesare, ad esempio, l’avere avuto figure di riferimento a loro volta depresse, ansiose o poco resilienti. Molto difficile è anche stare accanto a una persona depressa: il rischio è quello di sentirsi incapaci di sostenerla e “abbandonare il campo”.

Qual è l’approccio terapeutico corretto per sostenere un paziente affetto da depressione?
L’eventuale terapia farmacologica prescritta da uno psichiatra dopo un’attenta valutazione è essenziale, e in molti casi indispensabile per mettere i pazienti nella condizione di “buttarsi” in un percorso di psicoterapia, fornendo allo psicoterapeuta uno spazio emotivo e mentale per affrontare il proprio dolore. Ritengo però molto importante che, al trattamento farmacologico e alla psicoterapia, siano affiancate altre attività di supporto: penso, ad esempio, a un lavoro sul corpo, ad attività di stimolo che facciano leva sull’arte, come i laboratori teatrali e, ultimo ma non meno importante, all’affiancamento di tutor che possano aiutare la persona depressa, per esempio, a reinserirsi nel mondo lavorativo.

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