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La storia di Veggie

Il primo impatto

Come sei arrivato a capire che nella tua vita aveva fatto incursione questa malattia?

Per quanto sul momento non fossi ovviamente pronta ad ammetterlo, fin da subito ho avuto la consapevolezza che la scelta di restringere l'alimentazione era tutt'altro che salutare, ma allo stesso tempo era anche ciò di cui in quel periodo necessitavo psicologicamente, perchè rispondeva ad un mio bisogno di controllo. La mia principale spinta verso l’anoressia, infatti, è stata proprio il bisogno di avere tutto sotto controllo. Io volevo avere il controllo assoluto. Su tutto. Su ogni singolo aspetto della mia vita. La cosa è partita da ambiti diversi dall’alimentazione e poi, in un formidabile colpo di coda, anche il versante alimentare è stato tirato dentro questo mio bisogno di programmare – e dunque controllare – ogni singolo secondo delle mie giornate.
Volevo “semplicemente” avere sotto controllo ogni singolo respiro della mia vita, e questo controllo ad un certo punto ha iniziato a passare anche attraverso il canale alimentare. L’obiettivo della mia restrizione, in effetti era proprio questo: elaborare una forma di controllo su quello che mangiavo. Il dimagrimento è stata l’ovvia conseguenza, ma non mi ha mai fatto particolarmente piacere (anche perchè sono sempre stata magra per costituzione), anzi, mi metteva a disagio, non avrei voluto (anche perché comprometteva le mie prestazioni sportive, e al tempo ero a buon livello), ma avevo bisogno del controllo, e se “il prezzo da pagare” era quello di perdere chili, allora andava bene tutto, allora accettavo il compromesso, pur di non abbandonare la sensazione di sicurezza e di forza che quel(l’illusorio) controllo mi faceva provare.
Ho sempre avuto quest’abnorme bisogno di sentire che avevo tutto sotto controllo. Per quanto, vista dall’esterno, la cosa possa sembrare (ed essere a tutti gli effetti) patologica, sul momento io me ne fregavo, perché non mi rendevo conto di quanto il mio bisogno di controllo fosse eccessivo. Non mi ponevo il problema, perché per me non era un problema.
La diagnosi di "Anoressia Nervosa Sottotipo 1" è stata comunque formalizzata in seguito ad una visita medico-sportiva, in cui non ho ottenuto l'idoneità proprio a causa del peso eccessivamente basso. Da lì è partita tutta la trafila clinica.

Quali sono state le reazioni tue e di chi ti circonda?

I miei familiari sono rimasi ovviamente profondamente increduli e sconcertati nel momento in cui l'anoressia mi è stata diagnosticata, poichè non si erano resi conto di quello che stava succedendo, in quanto la mia perdita di peso è stata estremamente lenta e graduale, ed è obiettivamente difficile notare cambiamenti così lenti in persone che si hanno sott'occhio nella quotidianità.
Personalmente, mi arrivavano barlumi di consapevolezza sul fatto che avessi un problema (sebbene, certo, razionalmente sapessi benissimo che mi stavo alimentando in maniera insufficiente) quando per qualche motivo succedevano cose che sfuggivano alle mie pretese di controllo. Quando succedeva qualcosa che non avevo programmato, andavo veramente ai pazzi.


Come si affronta

Come ti sei curato? Quali le tappe o le fasi più significative del tuo percorso terapeutico?

Ho svolto 5 ricoveri nella medesima struttura: una clinica specializzata nei trattamento dei disturbi alimentari.
Quando sono stata ricoverata per la prima volta (ero minorenne, ed è stato un ricovero coatto) ho veramente sclerato. Io non ero assolutamente pronta né consenziente, quindi ovviamente quel ricovero è stato un completo insuccesso. Mi sentivo dilaniata dal fatto che la mia routine fosse scandita dagli impegni organizzati dalla clinica, e che la mia alimentazione fosse gestita da un dietista: in questo modo non avevo più alcun controllo, e questo per me era intollerabile. Inutile aggiungere che quando ho terminato questo ricovero ho avuto immediatamente una ricaduta, eh?!
Comunque il tempo è passato, io ho fatto negli anni altri 4 ricoveri nella stessa clinica, ma queste volte per mia scelta (nel frattempo ero diventata maggiorenne), e a poco a poco, molto lentamente, le cose hanno iniziato a migliorare (anche se ho comunque avuto ulteriori molteplici ricadute).
Dopo i ricoveri sono stata seguita in regime ambulatoriale, e tuttora sono parimenti seguita da una dietista e da una psicologa. Con la dietista, ora come ora, faccio controlli a cadenza annuale: avendo nuovamente raggiunto il mio set-point di peso corporeo fisiologico, l'obiettivo del "regime alimentare" che sto seguendo è quello di mantenere il peso attuale, ho insomma una sorta di "dieta di mantenimento del peso" da seguire che mi serve anche per evitare di restringere nuovamente l'alimentazione. Ovviamente, sebbene faccia un singolo controllo annuale, se durante l'anno ho dei problemi con l'alimentazione, posso chiamare la dietista ad andare a controllo. Contemporaneamente, sto continuando a fare psicoterapia, e sono seguita da una psicologa, con la quale ora come ora mi vedo senza una cadenza precisa (a causa dei miei impegni lavorativi) ma comunque al minimo una volta al mese.


Cosa cambia

Come è cambiata la tua vita da quando hai affrontato/stai affrontando questo problema di salute?

Col tempo mi sono accorta che mi ero fregata da sola. Che l’anoressia non mi avrebbe mai portato tutto quello che prometteva. Anzi, al contrario, avrei dovuto sopportare una vita fatta solo di compromessi, dove non ci sarebbe stata una gran differenza tra vivere e morire. Un vita a metà. E mi sono resa conto che l’anoressia aveva promesso di farmi sentire diversa, speciale, forte, e soprattutto in controllo… ma che in realtà la mia infernale compagna mi aveva fatta prigioniera, rubando anni, energie, salute (e tuttora ne porto le conseguenze), pensieri, amici, hobby, studio, lavoro. Aveva rubato me stessa, aveva cancellato quello che ero e quello che avrei potuto essere. Aveva portato via la parte migliore di me, le cose che amavo. Perciò mi era rimasta solo una grande stanchezza, una solitudine senza confini, giorni fatti di ossessione e di vuoto. Niente. Non mi era rimasto più niente. Forse è stata questa la molla che mi ha spinto a reagire. Non so bene neppure com’è iniziato. Ma, già, dopo tanti anni, è proprio iniziato. È quasi buffo, no? Ma, chissà, forse è stato perché stava finendo tutto e io non volevo che finisse in quel modo. Sentivo che ogni giorno un pezzo di me se ne andava e io non sapevo più che fare. La cosa più terribile, mi sono accorta in quel momento, non è morire. L’inferno vero è restare, restare senza esserci mai. Restare senza sapere più dove andare. Non volevo vivere in quel modo… in fin dei conti, avevo sempre il desiderio di fare qualcosa di speciale. E allora ho capito che la cosa più speciale che potessi fare era provare ad essere "normale". E a superare, in questa "normalità", tutte le sfide quotidiane. Perché è questa la vera forza, la vera meraviglia.

Quali sono le emozioni che quotidianamente devi affrontare?

Ad oggi sono sicuramente fuori dalla fase peggiore dell’anoressia, ma so di non potermi considerare “guarita”. Del resto, trovo la parola “guarigione” inappropriata per malattie come i disturbi alimentari, indicando con il termine “guarigione” (in senso strettamente medico - perdonatemi la deformazione professionale) la completa remissione di tutti i segni e i sintomi, sia fisici che psicologici, inerenti una determinata malattia. La mia personale opinione è che non si possa guarire dall'anoressia nel senso proprio del termine: per quanto il peso corretto possa essere recuperato, rimarrà sempre in noi qualcosa di questa malattia, una vocina nella testa, una tentazione.
Tuttavia, credo fermamente nel fatto che sia assolutamente possibile avere una remissione dell’anoressia, perchè è ciò che sto vivendo da alcuni anni. Avere una remissione significa che la voce dell’anoressia è sempre presente da qualche parte e parla… ma che io decido scientemente, giorno dopo giorno, di non assecondarla, seguendo uno stile alimentare e uno stile di vita regolari. Sono consapevole della presenza interiore dell’anoressia, ma ho un corpo funzionale ed utilizzo strategie di coping differenti dalla restrizione alimentare: ecco cos’è la remissione… ed è un traguardo per cui vale la pena di lottare. Lottare quotidianamente, perchè la scelta di combattere contro l'anoressia è una scelta che va rinnovata giorno dopo giorno, e bisogna tirare fuori le unghie e farsi il culo come un rosone e tenere sempre alta la guardia. Ogni singolo giorno ci vuole determinazione, forza di volontà, volitività, perchè è solo così che, piano piano, è possibile andare avanti.
Io non sono fuori dall’anoressia, ma ho fatto dei significativi passi avanti, e adesso vedo che all’anoressia c’è un’alternativa. Un’alternativa decisamente migliore. Che si può combattere, perché è quello che sto facendo. Che questo combattere porta oltre, perché è dove sto andando.


Piccoli consigli di Veggie

Come reagire

Se stai pensando che se inizi a restringere l’alimentazione sia comunque possibile smettere in ogni qualsiasi momento, e tornare a com’era prima che tutto ciò iniziasse, alla tua consueta (e forse un po’ anche sottovalutata) “normalità”, sappi che non è così che stanno le cose.

Se stai pensando che tu sei veramente in grado di controllare la situazione, e che perciò non succederà mai e poi mai che tu possa perdere il controllo, se stai pensando che ogni tua scelta, alimentare e non, sarà sempre e solo una tua libera scelta, se pensi che puoi smettere quando vuoi e che il tuo corpo a quel punto tornerà a mandarti normali segnali di fame/sazietà, se pensi che certe cose non possono certamente accaderti… sappi che ciò è quello che tutte abbiamo pensato, prima. Tutte. Nessuna esclusa.
L’anoressia non è meramente restringere l’alimentazione e sentirsi in controllo per questo.
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