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Il primo impatto

Come sei arrivato a capire che nella tua vita aveva fatto incursione questa malattia?

Ho capito di avere un problema 3 anni fa, anche se il mio rapporto con il cibo ha iniziato a cambiare quando avevo appena 13 anni e mezzo. Ero un po’ in sovrappeso e, spinta anche da mia madre, avevo iniziato una dieta. Negli anni seguenti ricordo di avere incominciato a sentirmi un po’ persa; io, che sono una perfezionista, mi iniziavo a scontrare con le prime difficoltà scolastiche, e cercavo di incanalare la mia voglia di controllo su ciò che mangiavo. Mi sono rivolta inizialmente a una nutrizionista, ma non seguivo le sue indicazioni; così ho deciso di fissare un primo incontro al centro per la cura dei disturbi alimentari dell’Ospedale San Paolo. In un primo tempo sono stata seguita da una psichiatra e una psicologa; continuavo però a perdere chili, ed ero giunta a essere in un sottopeso abbastanza grave; così ho incominciato a essere seguita presso il day hospital.

Quali sono state le reazioni tue e di chi ti circonda?

Inizialmente non avevo la percezione di essere malata; credevo solo di essere un po’ fissata con quel che mangiavo. Mi sembrava, anzi, che gli altri fossero impazziti a preoccuparsi così per me. A un certo punto la rabbia mi ha portato anche a reagire sfidandoli. “Pensate sia anoressica”? – mi sono detta – “E va bene, allora mi comporto da anoressica!”. Solo dopo ho accettato di essere aiutata, e anche i miei genitori sono stati affiancati da una psicologa familiare.
Ho temuto a lungo anche di parlare apertamente del mio problema con gli altri, dai quali tuttavia cercavo continue conferme sulla mia magrezza. I miei professori, però, mi hanno sostenuto; a un certo punto sono venuti a conoscenza del mio problema per forza di cose, perché nel periodo in cui ho dovuto frequentare il day hospital ho perso un quadrimestre di scuola; visto che però andavo bene, loro hanno fatto in modo, quando ero in quarta liceo, di non farmi perdere l’anno.


Come si affronta

Come ti sei curato? Quali le tappe o le fasi più significative del tuo percorso terapeutico?

La svolta, nel mio percorso di cura, ha coinciso con l’ingresso in day hospital, dove si trascorre tutto il giorno, si consumano pasti assistiti e si è sottoposti a diversi controlli ambulatoriali. Non nascondo che la prospettiva, sulle prime, mi aveva anche intimorito: speravo di guarire psicologicamente, restando però magra. Poi però ho capito che non avrei risolto il mio problema senza accettare di riprendere peso; dovevo, insomma, cambiare il mio modo di ragionare. Inizialmente non è stato facile, perché già durante la prima settimana di day hospital ho ripreso diversi chili, e temevo che la mia mente non tenesse il passo ai cambiamenti del mio corpo. Ci sono stati diversi alti e bassi; l’anno scorso, per esempio, avevo perso 6 chili dei 10 che ero riuscita a riprendere. Credo che tutto nasca da un malinteso senso dell’amore che prova chi combatte con l’anoressia: si pensa che l’amore degli altri coincida con la compassione, e si desidera che gli altri si preoccupino per noi.


Cosa cambia

Come è cambiata la tua vita da quando hai affrontato/stai affrontando questo problema di salute?

Per me è stato molto importante, una volta terminata l’esperienza del day hospital, incontrare quello che ancora oggi è il mio ragazzo: un sostegno, ma al contempo un’altra persona alla quale mi sento di dovere “rendere conto” del mio peso. Piano piano, però, mi sembra anche di riuscire a dare un valore diverso alle cose. Se prima, pesandomi, mi rendevo conto di avere preso anche solo mezzo chilo reagivo negandomi immediatamente la pizza o qualche altro alimento. Adesso sto capendo che essere normali non significa essere sbagliati.

Quali sono le emozioni che quotidianamente devi affrontare?

Non nascondo che ancora adesso provo spesso un senso di frustrazione; all’Università, dove ora frequento la Facoltà di Lettere Moderne, vedo spesso ragazze molto magre che, in mensa, mangiano solo un piatto di verdure e mi sento “sbagliata”, oltre a fare paragoni fra il loro fisico e il mio. Tante volte ho ancora bisogno di conferme, ma anche in questo caso mi rendo conto di trovarle puntualmente sbagliate. Se il mio ragazzo mi dice “sei bellissima così” penso che non sia sincero; se mi dice che, effettivamente, in quel momento starei meglio con un paio di chili in meno, vado in crisi. Provo una certa fatica nel relazionarmi con le persone, in particolare con quelle che mi sembrano superiori a me, ed è lo stesso motivo per cui talvolta fatico a integrarmi nei gruppi: ma credo che ciò dipenda da un problema d’insicurezza che devo ancora risolvere. Per questo continuo a frequentare una psicologa, che incontro una volta ogni due settimane.


Piccoli consigli

Come reagire

Consiglierei di dare fiducia alle persone che ci vogliono bene e di combattere contro il bisogno di controllare ogni aspetto della propria vita. Non bisogna pensare che il mondo sia contro di noi, né di avere la verità in mano. Consiglierei, inoltre, di “buttarsi”, nelle esperienze e nelle relazioni, di non avere paura se non tutto va sempre bene.

Come dirlo alle persone care

Consiglio di parlare apertamente del proprio problema alla famiglia, che può a sua volta essere sostenuta da persone esperte con un percorso psicologico dedicato.

Come informarsi sulle cure migliori

Penso che sia necessario appoggiarsi a una struttura ospedaliera, oppure a un centro specializzato in disturbi alimentari; ritengo essenziale, infatti, che una persona nella mia situazione affronti un percorso parallelo, da stabilire in base alla gravità del problema, curandosi sotto un punto di vista sia psicologico, sia fisico.

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